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mercoledì 10 febbraio 2021

Io ho il sospetto che la storia della Sardegna sia stata più importante di quello che vogliono farci credere

Qualcuno prima o poi metterà l'attenzione che la Sardegna è un luogo dove non per pochi anni ma per centinaia e centinaia di anni ha visto le più importanti attività ed eventi della pre-storia. Non preistoria ma pre-storia ovvero tutti quegli avvenimenti che sono accaduti in un periodo storico lontano, precedente una sufficiente trascrizione scritta degli eventi.
Proprio la mancanza di grandi riferimenti scritti ha portato qualcuno (non sappiamo chi e nè perchè) ha dare enfasi a certi passaggi storici e trascurare altri punti.

Lo dico in modo semplice: è mia totale e ferma convinzione che la storia accaduta in quest'isola in un periodo che va dai 3000 anni AC fino ai tempi dell'invasione romana (circa un centinaio di anni prima della nascita di Cristo) sia stata molto, ma molto molto, molto più importante per l'intera civiltà occidentale (e anche mondiale) di quello che i lacunosi testi scolastici ci vogliono far credere.

Una altra mia convinzione è che quando un fatto viene alterato e non viene corretto in fretta, esso acquisisce credibilità solamente con il passare del tempo. Ovvero una bugia, se non smentita subito, diventa sempre più difficile da smontare man mano che passano gli anni.

Quindi se qualcuno altera dei fatti storici o ne omette degli altri, è difficile alzarsi una mattina qualche secolo dopo e cercare di riportare la verità alla luce. Perchè difficile? Perchè l'errore può essersi istituzionalizzato e essersi ormai diffuso e stratificato in molte discipline umanistiche. Rendendo di fatto veramente difficile sconfessare qualcosa. Anche avendo delle buone prove.

E la classica reazione di chi dice "E.... Adesso arriva (pinco pallino) e scopre che tutti gli altri avevano sbagliato"....
Concetto debole, molto debole. In realtà nella storia umana questo fatto succede molto, molto spesso. E funziona esattamente così: ovvero un presupposto dato per scontato alla maggioranza viene messo in dubbio da un pensatore e dopo di lui altri pochi pensatori che ne seguono o ne ricalcano in modo indipendente la strada.

Avremo modo di riparlare, anche da un punto di vista storico e archeologico, di questo vero o presunto ruolo della Sardegna e di quanto più e meno valida sia la posizione delle "istituzioni" culturali ufficiali che potremmo (in modo irriverente) definire un pò negazionista.

Ora non ci stiamo facendo prendere da voli pindarici e di fantasia su complottismi, paleo-astronautica (area di indagine scientifica che parte dal presupposto che civiltà tecnologicamente avanzate abbiano operato nell'antichità e interagito con l'umanità) e cose del genere.

Però la vita ci ha portato ad avere un approccio sereno e libero dinnanzi alle teorie e ipotesi. Perchè non c'è nè crimine nè peccato a provare a osservare le cose a un punto di diverso o mettere in discussione qualcosa. Perchè nessun fatto culturale o storico è sicuro al 100%, quindi sollevare delle perplessità è giusto e persino doveroso. Se si vuole un progresso di conoscenza.

Io ritengo che la Sardegna abbia avuto, in un periodo storico che va dai 4000-5000 anni prima di Cristo fino a metà del I millennio A.C. un ruolo non solo importante nel panorama storico del Mediterraneo ma addirittura centrale e fondamentale. Ritengo che questa terra fosse in collegamento prima che economico culturale e forse anche genetico con le vicende dei popoli del medio-oriente.
Penso che la Sardegna sia stata il primo punto di approdo di quell'onda lunga di progresso e crescita culturale e sociale che è partito alle zone dell'antica Mesopotamia e precisamente dalle prime culture umane (Sumeri e poi Assiri) per passare attraverso il medio-oriente, Egitto, Grecia e quindi Mediterraneo centrale.

Se si guarda con occhio nuovo ciò che è rimasto di questo lontanissimo ma non completamente scomparso passato nella nostra isola, è impossibile non porsi delle domande. Non è possibile che tutti questi indizi non abbiamo una chiave di lettura comune.

Vi lascio con un estratto di una conferenza di uno studioso di testi antichi, il signor Mauro Biglino, in cui in modo molto efficace ci parla della Sardegna legandola alla tradizione culturale che ci ha lasciato Platone in alcune sue opere principali. Da ascoltare con mente aperta.

Saludos. 


giovedì 21 gennaio 2021

Possibile che solo adesso qualcuno si sia reso conto?

E' innegabile che, attraversando in lungo e in largo la Sardegna, il visitatore sia continuamente assalito dalla presenza (a volte maestosa e a volte più discreta e silenziosa) di questi monumenti costruiti in un lontano passato chiamati Nuraghi.

Il sardo li conosce da così tanto tempo che li tratta come componenti della famiglia. Li conosce e praticamente (sbagliando) li da anche un pò per scontati.

Come avere una moglie bellissima e viverci insieme da così tanto tempo che, ad un certo punto, puoi correre il rischio di darla per scontata.

La cosa che più di ogni altra mi lascia perplesso è la constatazione che questo passato glorioso certifica che solo in pochi altri punti dell'intero pianeta vi è una presenza cosi massiccia, numerosa, incontrovertibile e coordinata del passaggio di una civiltà. 

Non stiamo a fare i precisi ma in altre parti del mondo abbiamo una Mesopotamia, un Egitto e una Grecia. E tralascio per motivi vari la mitica civiltà romana.

Eppure il riscontro nei libri di testo "accademici" di questa civiltà che ha vissuto e operato in Sardegna (chiamatela per ora come vi pare) è flebile e quasi accennata.
Al punto che quando ero bambino e ragazzo e studiavo la storia della mia terra, da nessuna parte (e nessuna non è una esagerazione) si parlava di qualcosa di vagamente simile ad una civiltà sarda.

Si, si parla di questi monumenti caratteristici (caratteristici? sono unici e incredibilmente favolosi) ma niente di più.

Possiamo fare tanti ragionamenti su questa cosa ma la prima è:

Non è incongruente tutto ciò?

martedì 12 gennaio 2021

Cosa è un popolo?

 
Una delle cose più impegnative ma anche fonte di grande soddisfazione, è l'identificazione di quello che chiamiamo POPOLO.

Cosa è un popolo?
La definizione che ne da la treccani è quella di un insieme di individui che hanno origine, tradizioni, istituti, leggi e lingua comune.

Un popolo lo si riconosce non certo per le caratteristiche fisiche (che al massimo possono essere solo un fattore di secondaria importanza) ma per le caratteristiche culturali.

Ci sono popoli più omogenei e popoli meno omogenei. Ci sono popoli che si possono identificare in uno stato (l'Italia e gli italiani) e popoli che non possono identificarsi in un solo stato o in nessun stato (si pensi alle popolazioni nomadi degli zingari rom).

Esaminare cosa sia un popolo è qualcosa di mastodontico. E facilmente si può cadere in errore ampliando troppo il compasso o rendendolo troppo piccolo.

Allargando troppo le maglie della rete o restringendole troppo.

Di sicuro fra tutti i fattori, quello che spicca maggiormente e che maggiormente denota cosa un popolo sia è l'uso di una certa lingua.

Premettendo che tutti gli esseri umani provano emozioni e che queste non hanno nè colore nè razza, la partita si gioca su come queste emozioni e pensieri vengono trasmessi, conservati e/o sviluppati.

La lingua che si parla, altro non è che l'insieme dei concetti che quel popolo esprime.
Non è infatti per niente strano notare che certe lingue sono carenti di certi termini di alcuni argomenti e ricche di termini di altri argomenti.

Una lingua rappresenta un popolo ma anche una cultura. Al punto che essa muta con il mutare culturale del popolo che la esprime. Muta ma non si perde mai.
Al punto che un italiano sarà sempre legato alla cultura dell'antica Roma e della lingua, il latino, che la esprimeva. E in una certa misura anche un cittadino americano (anche afro-americano) ne sarà legato. Perchè quel popolo, quello degli Stati Uniti d'America, per quanto così lontano geograficamente e etnicamente così variegato, poggia la sua lingua (cultura) su alcuni termini che derivano dal latino.

Tutto questo discorso per dire che, secondo me, ogni diversità culturale deve essere difesa contro ogni tipo di appiattimento. Anche linguistico.
Gli anni '70 e '80 hanno conosciuto in Sardegna un movimento trasversale di persone che sono state convinte che insegnare il sardo ai propri figli fosse equivalente a marchiarli come individui di serie B.

"Se parla il dialetto, è rozzo e ignorante".
"Per essere di successo in questa società, occorre che i bambini sappiano parlare l'italiano".

Due concetti insostenibili fin dall'inizio. Iniziati male e finiti peggio.
Primo perchè già il termine linguistico dialetto, in se e per se neutro, è stato reso un termine dispregiativo. E in secondo luogo perchè chi mai può dimostrare che l'imparare una lingua (dialetto) sia un handicap per impararne un'altra?

Non sarà forse vero il contrario?

Ben vengano quindi tutti gli sforzi a re-introdurre la lingua sarda nel quotidiano, sia parlato che scritto. Ma non come una forma di tutela di una razza in estinzione ma come un'opera creativa.
E tutto deve partire da una campagna di sensibilizzazione sul tema.
Nelle famiglie e nella scuola.

Non ho problemi ad esprimermi in italiano sebbene sia sardo. Non nascondo che padroneggio la lingua di Dante in modo migliore rispetto a quella tramandata dalla mia terra. In effetti di una ho studiato grammatica, ho letto libri e mi sono esercitato nella scrittura.
Dell'altra ho solo l'abitudine al parlato, che comprendo benissimo ma che non ho studiato a livello scolastico. E questo fa la sua differenza.

Sogno quindi un popolo, quello sardo, che si riappropria della sua lingua e dei suoi dialetti. Perchè anche il sardo ha i suoi dialetti. Ognuno con la sua storia e cultura.
Penso sia giusto dare alla cosa la giusta attenzione.