lunedì 25 gennaio 2021

Indipendentismo si o indipendentismo no?

Di indipendentismo in Sardegna se ne parla da tanto tempo, così tanto tempo che sembra essere una normale componente del paesaggio come il mirto, i nuraghi e l'asfodelo.

Ma così non dovrebbe essere.

Sia chiaro, prima di dire che si è indipendentisti, che si è contro l'indipendentismo, che lo si giustifica od osteggia occorrerebbe specificare cosa si POSSA intendere con questo concetto.

Indipendentista è l'idea che la Sardegna, già separata dal resto dell'universo da un mare (meraviglioso) che la circonda, sia anche politicamente separata e, quindi, indipendente dal resto. 

Nello specifico dallo stato che al momento la ingloba e ne detiene la sovranità e che prende il nome di Italia. Anche se, è assodato, anche quest'ultima si è fatta in gran parte assorbire da un nuovo stato sovranazionale (nel senso che va oltre la nazione) che continua un'opera (secondo me) di distruzione e non di costruzione.

Il punto è forse qui: abbiamo degli stati e abbiamo delle nazioni. Nazioni intese come gruppi di individui che parlano di se vedendosi come un gruppo unitario dal punto di vista della storia, della cultura, della lingua e delle tradizioni. Stati intesi come agglomerati politici e amministrativi.

La storia è piena di questi esempi. L'impero romano era uno stato che inglobava centinaia e forse più popoli completamente diversi fra loro. Al tempo le diversità erano anche fisiche, perchè le etnie erano più distinte e i tratti somatici caratteristici maggiormente distinti.
Ma l'impero romano era uno e dentro di se c'erano centinaia e centinaia di nazione.

Lo stesso, per contro, non si può dire degli USA. Che è vero sono divisi in 50 stati ma che di fatto sono un'unica nazione. Che con il tempo è diventata multietnica, è vero, ma che continua a parlare una lingua e che si rifà ad uno zoccolo culturale ormai abbastanza uniforme che possiamo addirittura chiamare "americanesimo". Il merito? Chiedete a quelli di Hollywood, come ci siano riusciti.

Torniamo a noi.

Siamo indipendentisti? SI e NO.

Si, lo siamo perchè la Sardegna è unica, il suo popolo è unito e si riconosce lontano un miglio come distinto dagli altri. La prova? Siamo l'unico popolo che quando emigra dissemina l'universo di centri di aggregazione per sardi all'estero. Una volta ho fatto una ricerca. Sono tantissimi. Mentre non si è mai visto un centro di aggregazione di lombardi o piemontesi all'estero. Per dire. Al limite un centro culturale di italiani all'estero. Appunto.

No, non siamo indipendentisti perchè la deriva che questo termine ha preso è talmente connotata di risvolti politici che rischieremmo di finire nel calderone di chi ha banalizzato adesso il concetto.

Esistono partiti che sono nati per rendere la Sardegna libera dall'occupazione straniera e coloniale e che sono diventati la caricatura di se stessi. Un indipendentismo che non racconta niente di nuovo da un punto di vista culturale e che è anche controproducente per la nostra libertà.

Cosa penso? Penso ad una Sardegna indipendente nei fatti più che nelle costituzioni. Una Sardegna che possa decidere in modo autonomo (VERAMENTE) le proprie leggi e disposizioni. Se questo può essere fatto nell'ambito di una federazione con il resto d'Italia, con una maggiore autonomia o con una separazione effettiva dalla penisola è cosa secondaria e non da affrontare ora.

Ora, quello che conta, è il sentire, lo stato d'animo, il movimento culturale.

La politica ora è meglio lasciarla da parte. D'altronde non è proprio serio vedere esempi come un partito che nasce per l'indipendenza e per il sardismo, trovarsi alleato e forse vassallo di un partito le cui radici affondano nella difesa del "suo" territorio. Ma questo è un altro discorso.

Indipendentismo? Si, soprattutto economico. I sardi sono ormai legati a filo doppio con l'Italia e ogni sardo sente battere il cuore per ciò che avviene nella terra d'AUSONIA (antico nome dell'Italia).
La Sardegna deve essere indipendente economicamente prima di tutto. E questo dipende in larghissima misura da noi, per non star a piangere in modo infantile ai piedi di altri.

Ma che un sardo sia italiano e che possa sentirsi italiano, non nasconde che un sardo è prima di tutto un sardo. E' diverso. E' il figlio di una terra meravigliosa che tanto ha dato all'umanità nei millenni scorsi e che, dopo un lungo sonno silenzioso, tanto ancora ha da dare a tutto il mondo.

Saluti.

sabato 23 gennaio 2021

Fa più Giacobbo per noi che l'assessore al turismo?

Che la Sardegna sia uno dei posti con la più grande concentrazione di siti di interesse archeologico e storico è risaputo.

Talmente risaputo che sopra il nostro patrimonio ci costruiamo anche le rampe degli svincoli delle strade (zona industriale di Olbia, ma ne riparleremo).

Cioè abbiamo così tanto patrimonio archeologico che, agli occhi degli ottusi, questo diventa de-prezzato. Se hai tanto di qualcosa significa che non vale niente.

Se applicassimo questo ragionamento alle spiagge significherebbe che, invece che essere la maggiore fonte di entrate di questa isola e della nostra gente, dovremmo distruggerle proprio perchè ne abbiamo troppe e non hanno valore.

Ieri, come ultimamente spesso fa, il signor Sandro Giacobbo, personaggio televisivo di spicco della TV informativa (in particolare della corrente alternativa alle posizioni "ufficiali") ha di nuovo dedicato ampio spazio alla storia della nostra Sardegna. Su Italia 1 in prima serata.

La mia riflessione è ovvia e immediata. Ovvero penso proprio che porti più bene, più promozione e più visibilità alla Sardegna e anche alla vita le riprese di Giacobbo (ieri a Olmedo per mostrare la fortezza pre-nuragica di Monte Baranta) piuttosto che l'intero operato non di uno ma di tanti assessori al turismo regionali e, probabilmente, di tutto l'esecutivo.

Non sono una persona che tende ad annichilire gli amministratori e i politici sull'onda del populismo per cui sono SEMPRE tutti degli incapaci. Non lo sono. Ma quando ci sono degli incapaci, occorre anche dirlo.

Anni fa partecipai a Londra ad una fiera gigantesca sul meglio che l'Italia potesse offrire al mondo: design, agroalimentare, immobiliare, turismo, etc. Si chiamava "Bella Italia".
Presenti? Tutte le regioni. Assenti? Solo la Sardegna.

Ma non è questo il punto. Il punto è che passeggiando per gli stand e parlando a caso con varie persone (non certo gli ultimi arrivati, visto che erano tutti professionisti, tour operator, investitori, uomini di mondo, giornalisti, personaggi di cultura...) la Sardegna fosse un luogo per lo più sconosciuto. Le stesse spiagge sarde (che noi autoctoni pensiamo siano conosciute in tutto il mondo) erano per lo più sconosciute. Al punto che mostrando le foto di alcune nostre spiagge, ci veniva detto fossero spiagge caraibiche.
Quale è quindi il punto? Il punto è che se. Ri-iniziamo..... il punto è che se (dico se) come regione si intende puntare, come motore economico e sociale, sul turismo, sull'ambiente e l'ecologia mi sembra assurdo non valorizzare il patrimonio che abbiamo.

Non è un problema di soldi. Non è un problema di soldi. Non è un problema di risorse nelle casse delle regioni. E' un problema di competenza, di visione e di programmazione.

C'è così tanto da fare che il poco che stiamo facendo non è sufficiente.

Abbiamo una lingua bellissima che viene studiata nelle università giapponesi ma non nelle scuole sarde, abbiamo lavori artigianali che andrebbero preservati e valorizzati e non lo sono, abbiamo una storia antica fra le più importanti del mondo (si, del mondo, non solo d'Italia) ma nei libri non vi è traccia anche se in Egitto ci sono corsi universitari sul nostro passato. E mi fermo qui.

La morale? C'è una morale? Si.

Riprendiamoci prima il nostro orgoglio e la nostra identità. Non tanto nel conflitto politico (non serve essere indipendentisti rivoluzionari) quando nell'aspetto culturale e spirituale.
Riprendiamoci la nostra storia, lingua e cultura.
Iniziamo dal singolo, da ognuno di noi.

E poi riuniamoci e riparliamone.

giovedì 21 gennaio 2021

Possibile che solo adesso qualcuno si sia reso conto?

E' innegabile che, attraversando in lungo e in largo la Sardegna, il visitatore sia continuamente assalito dalla presenza (a volte maestosa e a volte più discreta e silenziosa) di questi monumenti costruiti in un lontano passato chiamati Nuraghi.

Il sardo li conosce da così tanto tempo che li tratta come componenti della famiglia. Li conosce e praticamente (sbagliando) li da anche un pò per scontati.

Come avere una moglie bellissima e viverci insieme da così tanto tempo che, ad un certo punto, puoi correre il rischio di darla per scontata.

La cosa che più di ogni altra mi lascia perplesso è la constatazione che questo passato glorioso certifica che solo in pochi altri punti dell'intero pianeta vi è una presenza cosi massiccia, numerosa, incontrovertibile e coordinata del passaggio di una civiltà. 

Non stiamo a fare i precisi ma in altre parti del mondo abbiamo una Mesopotamia, un Egitto e una Grecia. E tralascio per motivi vari la mitica civiltà romana.

Eppure il riscontro nei libri di testo "accademici" di questa civiltà che ha vissuto e operato in Sardegna (chiamatela per ora come vi pare) è flebile e quasi accennata.
Al punto che quando ero bambino e ragazzo e studiavo la storia della mia terra, da nessuna parte (e nessuna non è una esagerazione) si parlava di qualcosa di vagamente simile ad una civiltà sarda.

Si, si parla di questi monumenti caratteristici (caratteristici? sono unici e incredibilmente favolosi) ma niente di più.

Possiamo fare tanti ragionamenti su questa cosa ma la prima è:

Non è incongruente tutto ciò?

martedì 12 gennaio 2021

Cosa è un popolo?

 
Una delle cose più impegnative ma anche fonte di grande soddisfazione, è l'identificazione di quello che chiamiamo POPOLO.

Cosa è un popolo?
La definizione che ne da la treccani è quella di un insieme di individui che hanno origine, tradizioni, istituti, leggi e lingua comune.

Un popolo lo si riconosce non certo per le caratteristiche fisiche (che al massimo possono essere solo un fattore di secondaria importanza) ma per le caratteristiche culturali.

Ci sono popoli più omogenei e popoli meno omogenei. Ci sono popoli che si possono identificare in uno stato (l'Italia e gli italiani) e popoli che non possono identificarsi in un solo stato o in nessun stato (si pensi alle popolazioni nomadi degli zingari rom).

Esaminare cosa sia un popolo è qualcosa di mastodontico. E facilmente si può cadere in errore ampliando troppo il compasso o rendendolo troppo piccolo.

Allargando troppo le maglie della rete o restringendole troppo.

Di sicuro fra tutti i fattori, quello che spicca maggiormente e che maggiormente denota cosa un popolo sia è l'uso di una certa lingua.

Premettendo che tutti gli esseri umani provano emozioni e che queste non hanno nè colore nè razza, la partita si gioca su come queste emozioni e pensieri vengono trasmessi, conservati e/o sviluppati.

La lingua che si parla, altro non è che l'insieme dei concetti che quel popolo esprime.
Non è infatti per niente strano notare che certe lingue sono carenti di certi termini di alcuni argomenti e ricche di termini di altri argomenti.

Una lingua rappresenta un popolo ma anche una cultura. Al punto che essa muta con il mutare culturale del popolo che la esprime. Muta ma non si perde mai.
Al punto che un italiano sarà sempre legato alla cultura dell'antica Roma e della lingua, il latino, che la esprimeva. E in una certa misura anche un cittadino americano (anche afro-americano) ne sarà legato. Perchè quel popolo, quello degli Stati Uniti d'America, per quanto così lontano geograficamente e etnicamente così variegato, poggia la sua lingua (cultura) su alcuni termini che derivano dal latino.

Tutto questo discorso per dire che, secondo me, ogni diversità culturale deve essere difesa contro ogni tipo di appiattimento. Anche linguistico.
Gli anni '70 e '80 hanno conosciuto in Sardegna un movimento trasversale di persone che sono state convinte che insegnare il sardo ai propri figli fosse equivalente a marchiarli come individui di serie B.

"Se parla il dialetto, è rozzo e ignorante".
"Per essere di successo in questa società, occorre che i bambini sappiano parlare l'italiano".

Due concetti insostenibili fin dall'inizio. Iniziati male e finiti peggio.
Primo perchè già il termine linguistico dialetto, in se e per se neutro, è stato reso un termine dispregiativo. E in secondo luogo perchè chi mai può dimostrare che l'imparare una lingua (dialetto) sia un handicap per impararne un'altra?

Non sarà forse vero il contrario?

Ben vengano quindi tutti gli sforzi a re-introdurre la lingua sarda nel quotidiano, sia parlato che scritto. Ma non come una forma di tutela di una razza in estinzione ma come un'opera creativa.
E tutto deve partire da una campagna di sensibilizzazione sul tema.
Nelle famiglie e nella scuola.

Non ho problemi ad esprimermi in italiano sebbene sia sardo. Non nascondo che padroneggio la lingua di Dante in modo migliore rispetto a quella tramandata dalla mia terra. In effetti di una ho studiato grammatica, ho letto libri e mi sono esercitato nella scrittura.
Dell'altra ho solo l'abitudine al parlato, che comprendo benissimo ma che non ho studiato a livello scolastico. E questo fa la sua differenza.

Sogno quindi un popolo, quello sardo, che si riappropria della sua lingua e dei suoi dialetti. Perchè anche il sardo ha i suoi dialetti. Ognuno con la sua storia e cultura.
Penso sia giusto dare alla cosa la giusta attenzione.